L’inconcludente politica (europea) fa tribolare gli operosi banchieri centrali

Dopo il rinvio della scorsa settimana, nel pomeriggio di ieri i 27 ministri delle Finanze dell’Unione europea avevano sospeso di nuovo il vertice sull’unione bancaria per poi avviare incontri bilaterali. Ancora in serata, nel momento in cui questo giornale andava in stampa, l’accordo sulla “vigilanza unica” della Banca centrale europea (Bce) per gli istituti di credito del continente era a portata di mano ma non ufficialmente raggiunto. Leggi Rigore non asfittico, parla Cline di Marco Valerio lo Prete
13 DIC 12
Ultimo aggiornamento: 11:06 | 6 AGO 20
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Dopo il rinvio della scorsa settimana, nel pomeriggio di ieri i 27 ministri delle Finanze dell’Unione europea avevano sospeso di nuovo il vertice sull’unione bancaria per poi avviare incontri bilaterali. Ancora in serata, nel momento in cui questo giornale andava in stampa, l’accordo sulla “vigilanza unica” della Banca centrale europea (Bce) per gli istituti di credito del continente era a portata di mano ma non ufficialmente raggiunto. Hanno pesato a lungo infatti le resistenze dei paesi non euro (come il Regno Unito) che esigono un potere di veto sulle future decisioni di Bce ed Eba (Autorità bancaria europea), e i “nein” della Germania che intende tenere le sue casse di risparmio fuori dai controlli di Mario Draghi (ieri presente “da spettatore”). Senza contare che quello della vigilanza unica è soltanto il primo tassello della futura unione bancaria. Mancano infatti la garanzia comune sui depositi, i meccanismi di risoluzione delle banche in crisi e criteri certi per la ricapitalizzazione. (Così ha detto in questi giorni – in incontri riservati con il premier Mario Monti e il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco – anche John Vickers, presidente della commissione sulla riforma delle banche inglesi).
Non appena i mercati si placano, insomma, il processo di integrazione arranca. E, alla vigilia del vertice di oggi e domani dei capi di governo dell’Ue, la politica torna a mostrarsi esitante di fronte alle sfide della crisi. “Per fortuna c’è il presidente della Bce, Mario Draghi”, è in estrema sintesi la conclusione di uno studio della Brookings Institution pubblicato ieri e curato da quattro economisti (Justin Vaïsse, Douglas J. Elliott, Domenico Lombardi e Thomas Wright). Secondo il think tank americano, l’Ue merita un voto medio di 45 punti su cento per i progressi compiuti nell’affrontare la crisi: soltanto 37 su 100 però per i progressi dell’“unione politica” e invece 67 su 100 per l’operato della Banca centrale. D’altronde la tendenza al protagonismo delle autorità monetarie è ormai globale: ieri, mentre Casa Bianca e Congresso americani erano ancora alla ricerca di un’intesa per sbloccare la politica fiscale, la Fed riscendeva in campo a sostegno dell’economia. Idem in Canada e Regno Unito.
Con la loro potenza di fuoco, e un po’ forse anche con la loro possibilità di decidere in tempi rapidi, le Banche centrali da mesi stanno supplendo alle difficoltà dei governi dei paesi industrializzati. Non senza un certo tasso di creatività. Ieri per esempio Ben Bernanke, governatore della Fed americana, ha annunciato che i tassi di interesse decisi dalla Banca centrale americana resteranno “eccezionalmente bassi” fino a quando il tasso di disoccupazione resterà sopra il 6,5 per cento. Che l’occupazione sia un obiettivo della Fed, almeno tanto quanto la stabilità monetaria, è noto, ma puntare così esplicitamente a un tasso tanto preciso di disoccupazione è una novità anche per i pragmatici anglosassoni. Non solo: a fine anno, una volta terminato il programma di investimenti in titoli a più lunga scadenza denominato “Operazione twist”, la Fed avvierà un nuovo programma di acquisto di buoni del Tesoro da 45 miliardi di dollari al mese. Ieri il Financial Times riprendeva poi con grande visibilità l’ultimo discorso di Mark Carney da governatore della Bank of Canada. Carney, che sostituirà Mervyn King alla guida della Bank of England, ha detto – nello stupore generale degli addetti ai lavori – che è forse arrivato il momento di abbandonare l’idea che le autorità monetarie debbano puntare soltanto a raggiungere certi livelli d’inflazione. Se la crescita non riparte nonostante una politica monetaria espansiva, allora meglio pensare a obiettivi espliciti in termini di crescita e occupazione. Pronta la risposta a distanza del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann: “Più una Banca centrale cerca di coprire debolezze strutturali e meno credibile diventa con riguardo alla stabilità dei prezzi”. Suona come un avvertimento rigorista all’“americano” Draghi.
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